
Prodi: Governo finì quando Veltroni cambiò linea
Red, 16 marzo 2009, 11:30
Il Professore, dagli schermi di Fazio, non pronuncia mai il nome di Veltroni, ma la bocciatura è totale. "Io ho sempre sostenuto che il Pd non deve andare da solo - ricorda - . Ritengo che sia compito della democrazia assorbire e portare nella cultura di governo anche le ali estreme"
Walter Veltroni e Clemente Mastella. Accomunati. È terribile il ritorno in tv di Romano Prodi a parlare del Partito democratico - scrive La Repubblica -. "Cosa pensò - gli chiede Fabio Fazio a 'Che tempo che fa' - quando lei era presidente del Consiglio e Veltroni disse che il Pd se ci fossero state le elezioni avrebbe corso da solo?". L'ex premier risponde a razzo. "Non ho avuto bisogno di pensare. Mastella mise la testa di traverso nel mio ufficio e mi disse: "Ragazzi miei, se volete far fuori me, sono io a far prima fuori voi". Sorride, poi aggiunge: "Per la verità usò una frase un po' più colorita".
Non è finita. Mastella votò contro, il governo di centrosinistra cadde. Prodi ci tiene a far saper che poteva durare. "Dopo una Finanziaria durissima, il paese si poteva distendere, avere i frutti di quei sacrifici. Invece è successo come con il mio primo governo. Entrammo nell'euro, poi il governo fu fatto cadere". Non pronuncia il nome di Veltroni, ma la bocciatura è totale.
Pubblica, per la prima volta. Dalla poltroncina della trasmissione di Rai Tre dove si siede dopo il comico Iacchetti e l'economista Latouche. E prima che Luciana Littizzetto lo dipinga come un Bin Laden uscito dalle grotte della politica. "Io ho sempre sostenuto che il Pd non deve andare da solo - martella - . Ritengo che sia compito della democrazia assorbire e portare nella cultura di governo anche le ali estreme".
Ovvero a sinistra arrivare fino ai comunisti delle varie sigle.
Il Professore si lancia dagli schermi di Fazio in una vera lezione di politica: "Con una legge elettorale bipartitica si può avere un partito che comprende tutto, - dice - ma se la legge permette ancora la frammentazione allora serve una coalizione per vincere le elezioni e il Pd ne è il nucleo portante". Il segretario sconfitto è colpito e ancora colpito. "Certamente la linea adottata non era la mia e per questo mi sono fatto da parte" dice un Prodi serafico e durissimo. Si è messo l'ultima cravatta che gli regalarono quando se ne stava per andare da Palazzo Chigi.
Racconta che non c'è nessun retroscena nella tessera del partito presa solo sabato scorso, a marzo inoltrato. "Non è stata una nuova iscrizione, c'è stato un gran can can ma sono iscritto da sempre. Aspettavo solo la tessera nuova. Ma io ero già iscritto, poi mi hanno telefonato dicendomi "C'è la tessera, vieni a prenderla" ha esordito. Fazio punzecchia: "Non c'entra il cambio Veltroni-Franceschini?" "Non arrivava la tessera stampata. Non mi aspettavo tutta questa sorpresa, forse qualcuno si aspettava che non la rifacessi, che nutrissi rancore. Mi sembra ovvio che ci vogliono i tempi necessari".
La diplomazia politico-televisiva si ferma qui e nel non fare attacchi con nomi e cognomi. Ma non c'è comprensione per Veltroni che pure, sempre sabato, lo aveva ricordato "con affetto" nella sua prima uscita pubblica dopo le dimissioni.
E non è ancora finita l'apparizione tv che si alza il coro di elogi e dei rimpianti dei prodiani superstiti. Quello del Professore è un partito completamente antitetico rispetto al veltroniano. Prodi ripete che "il Pd è il proseguimento dell'Ulivo". "E' la speranza del paese. Il futuro. Non possiamo che scommettere su questo. Mettere insieme i diversi riformismo". Sul suo futuro insiste a dire che non si ricandiderà più alla guida del centrosinistra.
"No. Sono un serio tesserato di un partito". Nè che sarà capolista alle elezioni europee o presidente del Pd. "Quando ho detto esco dalla politica l'ho detto con serietà. Mi hanno offerto di essere capolista alle europee, e me l'ha offerto il Belgio. Mi ha fatto piacere, ma ho chiuso".
Dai retroscena dei quotidiani mainstream si apprende inotltre che, in realtà, il ritorno prodiano sarebbe stato in gestazione da settimane.
Dario Franceschini non ancora segretario, due sabati prima delle elezioni in Sardegna, era andato a Bologna a casa di Prodi ad anticipargli il possibile addio di Veltroni e a chiedergli un coinvolgimento nel partito. Anche i suoi fedelissimi avevano insistito. La tessera del Pd ripresa dal deluso più eccellente dice che la pacificazione interna guidata dal nuovo segretario ha avuto successo.
Per motivi diversi, Massimo D'Alema ed il Professore avevano accompagnato la segreteria di Walter Veltroni con un distacco ostentato e risentito. Adesso sono entrambi di nuovo in gioco: seppure con due ipotesi opposte di partito. I veltroniani vedono nell'appoggio a Franceschini una voglia di rivalsa: di D'Alema, perché si sentiva emarginato dal nuovismo; e di Prodi, perché la discontinuità col governo dell'Unione aveva finito per accentuare l'idea del suo fallimento. Ma forse esiste una seconda ragione: la nuova leadership nasce politicamente neutrale, con l'imperativo del "primum vivere". Dunque, cancella per necessità qualunque ambizione di durata e di chiarezza strategica. Franceschini gioca ogni carta sul recupero dell'astensionismo di sinistra e dell'antiberlusconismo: due frontiere sulle quali di qui alle europee di primavera tutti sembrano d'accordo.
L'obiettivo, quasi il sogno proibito, è quello di avvicinarsi al risultato del 2008. Un anno fa apparve una sconfitta bruciante nei confronti del centrodestra berlusconiano. Dimostrò che il Pd non aveva preso un solo voto al centrodestra; e che doveva rivedere tutto. Ma oggi l'ipotesi anche soltanto di avvicinarsi al 30 per cento sarebbe vissuta come un miracolo: significherebbe avere arginato una delusione che rischia di portarsi via il Pd in quanto tale.
La rivalutazione di Prodi e dell'Unione; l'insistenza sulla continuità fra Pd e Ulivo; gli attacchi ad un Berlusconi considerato avversario naturale ed ideale del centrosinistra: tutto contribuisce a rendere la segreteria Franceschini come il luogo ideale di una temporanea riconciliazione. All'ombra di questa strategia ognuno nel Pd può mettere un'ipoteca sul dopo elezioni. Solo ad urne chiuse si capirà se l'operazione è servita a far ripartire il progetto piddino o se questo va archiviato.